La caccia arbitraria e la persecuzione degli animali sono contro
le Leggi dell’eterno Creatore.

Eine Kirrung ist eine Futterstelle, die die Tiere direkt vor die Flinte des Jägers locken soll

Chi fa una passeggiata nello Spessart trova continuamente resti di barbabietole, mais e sale. A qualche amico della natura si apre il cuore vedendo una tale premura per gli animali selvatici finché, girandosi, scorge a pochi metri di distanza una torretta di tiro dei cacciatori sotto la cui traiettoria è stato posto del cibo. Egli si trova quindi davanti ad un’”esca” con la quale i cinghiali vengono adescati sotto il tiro della doppietta, per subire l’esecuzione. Il cibo per loro rappresenta un po’ l’ultimo pasto del condannato a morte. Il carnefice compie l’esecuzione dalla sua comoda postazione. Egli definisce il suo agire come “sport venatorio”, al quale si dedica nel suo tempo libero.

SÈ molto triste ma, in fondo, per gli animali è addirittura ancora una fortuna essere giustiziati in questo modo poiché, forse, così muoiono immediatamente. Molte volte, (si ritiene nella metà dei casi), essi vengono solo „feriti a morte”come si dice a senso nel gergo dei cacciatori. La femmina di capriolo colpita, alla quale sono state lacerate le interiora, oppure la femmina del cinghiale alla quale è stata fracassata la mandibola, si trascina a fatica nella boscaglia, gravemente ferita, dove i cuccioli aspettano e sono costretti poi a condividere la terribile agonia della loro mamma. Alcune ore dopo, il cecchino comincia la “ricerca” per dare l’ultimo colpo di pugnale al capriolo, il colpo di grazia al cinghiale o spezzare il collo alla lepre con un bastone o col calcio del fucile.

Tali scene si ripetono quotidianamente migliaia di volte. Nelle loro riviste venatorie, gli autori esaltano tali “esperienze di caccia”, per es. nella rivista specializzata “Wild und Hund” nella quale si leggeva: ”Il sole del tardo autunno cominciava ad affievolirsi, nuvole scure si levavano. Finalmente la vecchia capriola sembrò cambiare idea e, accompagnata dalla nuova cucciolata, si trasferì in aperta campagna: io aspettai ancora finchè i due piccoli caprioli furono ben a tiro. Ancor prima che il secondo esemplare (si intende uno dei cuccioli – n.d.r.) si rendesse conto che il suo compagno cadeva colpito, aveva già una pallottola in corpo anche lui.”

Il cacciatore descrive poi come la mamma capriola guarda sconvolta i suoi piccoli uccisi e, inorridita, si dà alla fuga. Tuttavia, il cecchino rimane tranquillo poiché sa che la femmina di capriolo, come egli scrive, “seguendo il suo istinto materno, prima o poi, torna dai suoi piccoli.” E così accade, purtroppo. Essa torna indietro. Il cacciatore spara, ma colpisce la capriola un po’ troppo indietro: ”barcollando, balza proprio in direzione dei suoi piccoli per crollare a terra direttamente davanti a loro …”

Le volpi subiscono particolari crudeltà. Esse sono considerate come concorrenti dei cacciatori, poich é, fra le loro prede ci sono anche le lepri, anche se normalmente si tratta di animali ammalati, per cui gli ecologi ritengono che la volpe sia un po’ garante di una popolazione di lepri sana. Per i cacciatori, la volpe, è, tuttavia, considerata un predatore e per questa ragione l’ammazzano spietatamente e con la gioia più grande.

Nella Rivista Venatoria Tedesca (Deutschen Jagdzeitung), si legge che la caccia alla volpe procura una “particolare eccitazione, alla quale il cacciatore appassionato non può sottrarsi“. Di questa “passione” fa parte anche la caccia con le trappole, le quali costringono gli animali che vi rimangono incastrati ad una lunghissima agonia. Sanguinanti e doloranti, spesso rimangono per molte ore nella trappola che è scattata. Nella tana, i cuccioli aspettano inutilmente chi dovrebbe portar loro il nutrimento, che sta invece lottando per sopravvivere o che, alla fine, si strappa a morsi la sua stessa zampa per liberarsi dalla trappola e far ritorno, mutilata, alla sua famiglia. “Le volpi sono genitori modello e partner fedeli” (Dag Frommhold).

Soltanto in Germania, nei boschi e nelle campagne, vengono uccisi complessivamente 5 milioni di animali da circa 300.000 cacciatori, per i quali uccidere è un’emozione, un divertimento per il tempo libero ed un avvenimento sociale. Sparano con ogni arma: con cariche a pallini alle lepri, facendole urlare dal dolore come bambini; con proiettili ad espansione ai caprioli ed ai cinghiali, facendo perdere sangue e intestini agli animali gravemente feriti, come segnali mentre fuggono, affinché lascino tracce per poterli ritrovare; sparano alle volpi, che vengono scacciate fuori dalla tana dai cani da caccia; sparano da palchetti venatori sopraelevati su animali che hanno adescato con pezzi di cadavere, e, nelle battute di caccia, sparano agli animali dopo averli gettati nel panico.Nelle loro riviste di caccia, i cacciatori si confermano reciprocamente quale gioia sia per loro la caccia.

Der Odem Gottes - ausgehaucht durch einen JägerÈ un mistero che, in un paese civile i cui abitanti si ritengono per lo più amanti degli animali, questo sport del tempo libero non sia già stato proibito da tempo. La tradizione, che ha assopito la nostra sensibilità etica, non è una giustificazione per il massacro degli animali. I tempi nei quali l’uomo cacciava gli animali per poter sopravvivere sono ormai lontani. Quando i nostri antenati dovevano uccidere degli animali, pregavano le loro anime di perdonarli. I nostri predecessori dei tempi antichi, dai quali vogliamo far derivare la passione per la caccia come caratteristica specifica dell’uomo, probabilmente si rivolterebbero con orrore se dovessero constatare che noi spariamo agli animali come si fa con le sagome nei baracconi del tiro a segno. Una parte dell’animale ucciso viene lasciato come cadavere nel bosco, mentre il resto, finisce come cadavere nello stomaco di quei buongustai che non vogliono rinunciare al loro arrosto di lepre o capriolo. Soddisfare la nostra avidità di piacere è per noi più importante delle sofferenze che procuriamo al nostro secondo prossimo. Forse dovremmo ricordarci di Pitagora, che già nel sesto secolo a.C. ammonì: “Qualsiasi cosa un uomo procura agli animali, gli viene ripagata con la stessa moneta.”"

Particolarmente penoso è vedere come i nostri contemporanei, che si definiscono cristiani, si armano di tutto punto per partecipare all’uccisione in massa d’animali. Il comandamento “non uccidere!” non è mai stato limitato agli uomini, e gli insegnamenti sulla pace che Gesù di Nazaret espose, erano intesi per tutte le creature. Per questo motivo i primi cristiani rifiutavano rigorosamente l’uccisione degli animali e vivevano come vegetariani. Secondo l’ordinamento della comunità d’Ippolito, la caccia non era conciliabile con la fede cristiana. Chi andava a caccia veniva escluso dalla comunità. Soltanto quando il paganesimo romano si infiltrò nel cristianesimo e la Chiesa divenne religione di stato, fu di nuovo permesso uccidere sia uomini che animali. Da allora, gli animali sono considerati dalla Chiesa esseri senz’anima, a disposizione dell’uomo, a suo piacimento, per la caccia e per la sperimentazione..


Nessuno si chiede se ci si potrebbe immaginare Gesù di Nazaret piazzato su una postazione di caccia. I cacciatori che mettono a tacere la loro coscienza con la messa di Sant’Uberto, dovrebbero forse leggere con attenzione la leggenda di questo santo: per un certo periodo, egli fu un cacciatore appassionato che una notte, per volontà di Cristo, decise di smettere di uccidere animali, allorché credette di vedere tra le corna di un cervo una croce radiosa.

Nominare quest’uomo patrono e protettore della caccia, benedire nel suo nome le armi dei cacciatori e, alla “funzione religiosa”, esporre davanti alla chiesa il “bottino” di caprioli e lepri uccise si potrebbe definire uno stadio avanzato di schizofrenia.

Theodor Heuss, il primo presidente della Germania, definì la caccia come “ una forma collaterale della pazzia umana” ed un modo vile di definire, falsando con le parole, la mera realtà dell’assassinio particolarmente codardo perpetrato contro creature che non hanno alcuna
possibilità di scampo.”

I cacciatori cercano di far credere all’opinione pubblica che il loro passatempo sanguinario sia “ ecologicamente necessario”. Nel frattempo, ecologi di primo piano hanno smascherato questa menzogna su cui si basa l’esistenza della caccia. Questi esperti si rifanno anzitutto ad una legge fondamentale della natura: „In natura si riscontra molto raramente una crescita incontrollata di una popolazione, che porta fino all’autodistruzione, ed essa è per lo più limitata agli organismi “inferiori” come i batteri. In un modo o nell’altro, la maggior parte degli esseri viventi cerca di impedire l’ inevitabile sfacelo della popolazione, evitando di sfruttare fino in fondo tutte le risorse ambientali o di abusarne.

Esistono, in prima linea, due diverse strategie: una riguarda una forte e tempestiva regolazione interna della crescita della popolazione, l’altra fa uso della possibilità, quasi sempre presente, di spostamenti temporanei in altri territori. In natura, infatti, una popolazione non si sviluppa quasi mai in un ambito chiuso con caratteristiche di vita uguali; nemmeno il mare, pur essendo l’ambiente di vita più grande ed interdipendente, offre ovunque le stesse condizioni di vita. La ricerca di nuove possibilità di vita, prima che in un luogo si verifichi lo sviluppo di una sovrappopolazione, è perciò una scelta spesso sfruttata e pienamente utilizzabile.“16

I più recenti studi effettuati dagli ecologi hanno rivelato che molti animali dispongono di un meccanismo internoper regolare la crescita della popolazione. Così, si è accertato che p.es. nel caso degli elefanti è determinante per la crescita del loro numero, non tanto la fame o la morte, quanto la disponibilità delle femmine all’inizio della maturità sessuale. Analogamente succede con le volpi: ”Se non vengono cacciate e c’è sufficiente offerta di cibo, esse tendono a vivere insieme in comunità familiari, che in autunno sono costituite da un maschio, dalla ‘sua’ volpe e di regola, dalle femmine di un anno della cucciolata precedente. In queste comunità solo la volpe più anziana mette al mondo dei piccoli, mentre le sue piccole di un anno si astengono dall’attività sessuale in base a fattori sociali non ancora ben noti.”17

Se c’è pericolo di sovrappopolazione, il numero delle nascite si riduce. Lo stesso fenomeno si è riscontrato nei cervi, negli alci, negli stambecchi e in altri grandi mammiferi. Anche molte specie di uccelli diminuiscono le covate, in base alla densità della popolazione. Se vengono uccisi molti esemplari della loro specie, entra in azione la riserva di quelli che si sono astenuti dalla cova e nascono altri animali in numero maggiore di prima della loro uccisione. Dopo tutto, non c’è bisogno di cacciatori che fremono dalla voglia di sparare per ristabilire l’equilibrio tra la natura e gli animali; col tempo, esso si normalizza da solo.

Questo vale anche per il rapporto tra i cervi e le giovani colture forestali: anzitutto è da osservare che, se non ci fosse la caccia, ci sarebbero molti meno caprioli e cervi che cercano rifugio nel bosco. Provvisoriamente, le recinzioni dei vivai sono in grado di salvaguardare la giovane vegetazione. Col tempo, si verificheranno anche in questo caso le condizioni che porteranno ad una normalizzazione della situazione. Ciò può verificarsi non solo con la riduzione della densità della fauna nel bosco, ma anche riducendo lo stress a cui è sottoposta la selvaggina, a causa del quale gli animali consumano “una grande quantità di energia supplementare” che deve essere recuperata rosicchiando le giovani piantine” (Reichholf). Ed infine: chi volesse assolutamente evitare i danni provocati dagli animali alle giovani piantine dovrebbe, nelle attuali condizioni, sterminare i caprioli e i cervi nel centro Europa. Un compromesso tra bosco e selvaggina è inevitabile. “Un bosco può essere definito tale anche se vi crescono alberi più piccoli che realizzano ricavi più bassi”18.

La regolamentazione forzata delle popolazioni degli animali fatta dagli uomini non solo è superflua, ma dannosa, come evidenziato in modo particolarmente chiaro con l’ esempio delle volpi: se l’uomo si intromette nella struttura sociale della popolazione delle volpi con fucili e trappole, la stabilità della loro struttura sociale viene a mancare a causa del continuo sovvertimento dei rapporti sociali. Gli animali non rimangono più stazionari soltanto nel loro territorio e non si accoppiano più in modo stabile. I maschi si cercano varie partner; in media, il numero dei piccoli per ogni parto aumenta. Non ultima cosa è che la caccia intensiva alla volpe, fatta con lo scopo di combattere la rabbia, porta di per sé all’assurdo. Gli animali giovani, privi di un loro territorio, si spostano in zone che diventano libere. Aumentano i contatti tra le volpi e così il pericolo di contagio. Inoltre, succede che “nel caos sociale provocato dalla caccia intensiva alla popolazione delle volpi, le lotte ed anche le ferite sono all’ordine del giorno,tanto che che il virus della rabbia viene a trovarsi nelle condizioni più adatte per diffondersi rapidamente”.

La guerra dei cacciatori contro gli animali viene rifiutata dalla gran parte della popolazione, che non tollera più che i cacciatori si comportino da padroni del bosco, che spaventino i viandanti, e che, con le loro postazioni sopraelevate sempre più grandi, facciano apparire la natura come un campo di concentramento. La caccia distrugge tutto, la vita degli animali, la bellezza del paesaggio, ed impedisce di godersi pacificamente la natura libera. Intere specie sono state annientate. Lupi, orsi bruni, linci e gatti selvatici, castori e gufi, alci e molte altre specie di animali si trovano ormai in poche regioni, e anche lì sono minacciate. Se i cacciatori non costituissero una lobby così influente nella politica e nella società, la loro sanguinaria occupazione del tempo libero sarebbe stata proibita da tempo.

Ciò nonostante, prende sempre più forma un movimento contrario, come ad es. il „Deutsche Naturschutzring“, un’organizzazione che promuove una radicale riduzione della lista degli animali che possono essere cacciati: si richiede che tutti gli uccelli, gli animali predatori come volpi, martore e puzzole, e specie più piccole come la lepre, vengano protetti durante tutto l’anno, perché altrimenti, la caccia non solo è superflua, ma semplicemente dannosa.


La Fondazione Gabriele si compiace di questi sforzi che, passo dopo passo, portano all’abolizione della caccia. Per il momento crea spazi vitali sufficientemente grandi per ridurre la pressione negativa esercitata dalla caccia sulla natura. Gli animali devono poter ritrovare la fiducia nell’ uomo e non più dover fuggire da lui. Per questa ragione, la Fondazione acquista campi e boschi, nei quali gli animali vivono sempre più in pace e possono ritornare all’unità con gli uomini.

Per i cacciatori questo è una spina nel fianco. Per loro, i boschi sono soprattutto campi di tiro. Dove i rimboschimenti e le recinzioni connesse compromettono il passaggio della selvaggina, i cacciatori ed i loro sostenitori politici (che sono prevalentemente preti) oppongono una massiccia resistenza. Non serve a niente che i rimboschimenti siano una meta dello Stato e che vengano favoriti dalle autorità competenti. Per timore di non aver più abbastanza animali a cui sparare, si ricorre inaspettatamente al diritto di godersi la natura libera in aperta campagna, di cui prima nessuno si interessava. osì, per esempio, è avvenuto al margine di un bosco del comune di una cittadina di nome Hettstadt. Chi vi pone a dimora giovani piante deve creare dei passaggi per dei viandanti che in realtà non ci sono. Si tratta invece di fare in modo che gli animali possano passare dalle superfici a rimboschimento nel bosco del comune, dove si trovano i percorsi della morte controllati dai palchetti venatori e dai quali gli animali vengono uccisi.

Cose del genere accadono certamente anche in altri luoghi. Chi ne viene a conoscenza può informare la Fondazione Gabriele, in modo che possa essere richiamata l’attenzione dell’opinione pubblica su questo fatto. Infatti, come tutti sanno, la costituzione bavarese dice infatti: “Gli animali vengono rispettati e protetti come esseri viventi e creature nostre compagne della creazione …. È compito prioritario dello Stato, dei comuni e delle corporazioni di diritto pubblico proteggere il bosco per il suo particolare significato nell’equilibrio naturale e possibilmente riparare o compensare i danni apportati, aver cura e conservare gli animali e le specie di piante locali e i loro necessari spazi vitali.” (Art. 141, cpr. 1)

Questa meta sublime non solo è chiaramente sancita nella costituzione bavarese, ma è stabilita anche molto più in alto, come il profeta Osea annunciò già 3.000 anni fa, quando comunicò all’umanità un fondamentale desiderio del Dio creatore: “In quel tempo farò per loro un’alleanza con le bestie della terra e gli uccelli del cielo e con i rettili del suolo; arco e spada e guerra eliminerò dal paese; e li farò riposare tranquilli.”(Os. 2,20)


 


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